martedì 21 marzo 2017

"L’unità non è uniformità”

Quale occasione migliore, se non i 500 anni dalla riforma di Lutero, per un dialogo ecumenico? Questo è ciò che si è svolto il 14 marzo 2017 al teatro del collegio. Conferenza che ha interessato insegnanti e studenti, per la maggior parte ignari, fino a quel momento, dell’attualità del discorso. È infatti Francesco il primo Papa  così impegnato nel riallacciare i rapporti con tutte le Chiese cristiane, affermando che "l’unità non è uniformità” e
che le differenze sono "una ricchezza e non una minaccia per l’unità della Chiesa”. Per risolvere un problema però, bisogna prima rilevarne la causa: questo lo scopo dell’intervento di Umberto Mazzone. Il professore di Storia del Cristianesimo e delle Chiese ha così introdotto i ragazzi al contesto storico cinquecentesco che ha portato alla prima fondamentale divisione della Chiesa. Arrivando poi a parlare, ripercorrendo la storia, del cammino di unione che si è oggi intrapreso. Dopo la certezza dei fatti storici è toccato a Patrizio Foresta, responsabile del Reformation Research Consortium, mettere in dubbio l’intero percorso della riforma demistificandone il simbolo: l’affissione delle 95 Tesi. La causa scatenante è in realtà una leggenda. Dimostrato grazie a documenti, ma a noi spiegato per immagini, si è potuto vedere lo sviluppo dell’iconografia di Lutero(Il primo disegno  pervenutoci, rappresentante l’affissione, appare almeno un secolo dopo la reale data). Più cambiavano i secoli e più la sua immagine cambiava con loro, fino ad assomigliare, nel 1900, ad un soldato tedesco pronto a partire per il fronte; un pupazzo dei Lego ai giorni nostri. È così stato possibile vedere la nascita e lo sviluppo di un mito trasformato oggi in un Playmobil. È il pastore evangelico valdese Luca Baratto a ricordare che non tanto l’affissione delle Tesi, ma quanto il contenuto di queste stesse,  abbia portato avanti la riforma. Ha poi spiegato il ruolo del pastore nella Chiesa valdese e le differenze sostanziali tra Evangelismo e Cristianesimo. Nel primo si ha il sacerdozio universale dei credenti, ciò indica che il pastore è un primus inter pares, laico tra laici. Per poi parlare dei grandi passi avanti che si stanno compiendo verso l’unione con i vari viaggi apostolici di Papa Francesco. Ha infine preso parola Franco Bruzzi, Prefetto della Biblioteca Ambrosiana di Milano, facendo notare come la riforma sia stata, in realtà, un evento molto positivo per la Chiesa cristiana. Senza di essa infatti, mai avrebbe avuto luogo il Concilio di Trento e la Controriforma, grazie la quale ci fu un rinnovamento spirituale, teologico, liturgico ed istituzionale della Chiesa. Il tutto magistralmente moderato da Mimmo Muolo, vaticanista di Avvenire. Con il pensiero che “il piano di Dio si manifesta in diversi modi” il direttore frère Alessandro Cacciotti conclude la conferenza (molto più dialogo ecumenico)  grato del passato e fiducioso nel futuro.
 
di Gemma Feri

domenica 19 marzo 2017

Il Rock siamo noi - “Walk the Line” - Johnny Cash

 
Dopo aver parlato di una delle pietre fondanti del rock n’roll, Elvis Presley, non posso non parlare di un’altra figura altrettanto rilevante della storia del rock: Johnny Cash. Egli è sicuramente uno degli emblemi del country-rock n’roll assieme a Willie Nelson.
Cash aveva una voce ed uno stile molto particolare che lo caratterizzava e lo distingueva dagli altri cantanti. Il suo stile inconfondibile nell’interpretare gospel, blues, country e rockabilly ispirate alla vita ed al lavoro quotidiano lo rendono indubbiamente unico nel suo genere.
Nato da una povera famiglia dell’Arkansas, dopo la guerra e vicissitudini con le droghe, Cash inizia ufficialmente la sua carriera nel 1955 quando ottiene un contratto con la Sun Records ed incide “Cry,Cry,Cry” e “Folsom Prison Blues”. A seguire due anni dopo, sempre con la Sun, pubblica “Johnny Cash with his hot and blue guitar”. Influenzato inoltre dallo stile gospel incide “Hymns by Johnny Cash” che lo devasterà psicologicamente portandolo ad abusare di droghe e di sonniferi per superare le difficoltà, lo stress dei tour e per riuscire a dormire. In più avrà persino dei problemi giudiziari, verrà infatti arrestato nel 1965 ad El Paso per spaccio di anfetamine. Nel 1967 rischia addirittura la vita per overdose.
Tutto cambia nel 1968 con l’incontro e il matrimonio con June Carter. Con la moglie, Cash scrive una delle sue canzoni più famose: “Ring of Fire”.
Nel 1969 approda in un programma televisivo ABC. Nel 1971 interpreta “A Gunfight”, compare inoltre in un episodio del “Tenente Colombo” con Peter Falk.
Nel 1975 pubblica la sua autobiografia: “Man in Black” ottenendo una vendita di 1.300.000 copie. Negli anni a seguire sebbene inizi a perdere lo splendore di sempre, molti artisti, come Bruce Springsteen, continuano ad elogiarlo ed a considerarlo il Top.
Il 15 maggio 2003 muore la moglie June all’età di 74 anni. Nel settembre dello stesso anno viene ricoverato nel Baptist Hospital di Nashville per complicazioni dovute al diabete. Il 12 settembre vi muore. È sepolto accanto alla sua consorte nel cimitero Hendersonville Memory Gardens a Hendersonville, nel Tennessee. È ricordato nella Hollywood Walk of Fame.
   
di Umberto “The Xavier” Giustozzi

martedì 14 marzo 2017

A Cinquecento anni dalla Riforma di Lutero - Il cammino di dialogo fra luterani e cattolici

Cari compagni,
martedì 14 marzo, noi ragazzi del triennio abbiamo partecipato ad una interessante conferenza su  Martin Lutero: abbiamo ascoltato diversi punti di vista su un argomento di grande importanza. I relatori erano Patrizio Foresta responsabile del Reformation Research Consortium,  monsi-gnor Franco Buzzi prefetto della Biblioteca Ambrosiana di Milano, Luca Baratto pastore della chiesa evangelica valdese, Umberto Mazzone professore di storia del cristianesimo e delle chiese e Mimmo Muolo  giornalista dell’Avvenire, che era il mediatore. All’inizio della conferenza abbiamo visto un video che riassumeva una parte della storia del luteranesimo, in particolare sull’affissione delle novantacinque tesi. Su quest’ultimo argo-mento si è concentrato molto il relatore Patrizio Foresta che, secondo me e i miei compagni, è stato il più interessante. Ha saputo catturare la nostra attenzione e mantenerla nel tempo con una presentazione molto originale che si concentrava principalmente sulla veridicità del mito dell’affissione e della sua data. Foresta ci ha spiegato che all’epoca era normale porre comunicazione sulle porte delle chiese e che dopo l’affissione delle tesi di Lutero non ci fu subito una grande affluenza, come spesso è rappresentato in opere d’arte, tutt’altro; la popolarità è dovuta in parte alla stampa (inventata nel 1456 da Johann Gutenberg). Inoltre con una simpatica immagine di Martin Lutero sotto forma di giocattolo lego che affligge le tesi, ci ha dimostrato quanto questo mito sia tutt’oggi sentito in Germania. Le attuali ricadute del Luteranesimo ci sono state spiegate dal pastore che principalmente, confrontandosi con il monsignor Buzzi, ci ha illustrato le differenze fra un pastore luterano e un prete cattolico. Il suo intervento ci è piaciuto particolarmente perché ci ha dimostrato una delle tante differenze fra il luteranesimo e la nostra religione. I due relatori che vi ho citato sono quelli che hanno colpito di più me e i miei compagni, senza togliere nulla al professor  Mazzone che ha spostato la questione su un punto di vista storico e al monsignor Buzzi che, essendo l’ultimo, ha tratto le fila dei discorsi fatti precedentemente. Inoltre voglio citarvi anche il mediatore che è stato molto bravo: ha saputo dare a tutti i relatori il giusto spazio e i giusti spunti di argomentazione.
Questa conferenza è stata molto utile e interessante perché ci ha aiutato a capire ancora meglio un argomento di grande importanza, ci ha mostrato una parte delle conseguenze pratiche di ciò che abbiamo studiato sui libri e ci ha dato molti strumenti per capire meglio il Luteranesimo, corrente religiosa ancora oggi molto presente in Italia.
 
di Valeria Villani      


mercoledì 8 marzo 2017

mercoledì 22 febbraio 2017

Caro diario 3

Caro diario,

oggi, avevo proprio voglia di scriverti, sai? Tutti hanno bisogno di qualcuno a cui raccontare la verità senza essere giudicati, senza avere paura di quanto crudele quel dannato giudizio possa essere; raccontare solo così, lentamente, senza neanche aspettarsi una risposta. Sì, perché quasi sempre la risposta me la sussurra il mio buonsenso o, peggio, la mia natura, solo che io non ho il coraggio di ascoltarla, finché non l’ho detta tutta, la verità, che continuo a negare persino a me stesso, perché troppo brutta o troppo evidente. 
Sì sì, lo so, tutti dicono che meglio dirsela, quella verità, che tanto prima o poi esce e ti fa soffrire ancora di più. 
Cazzate. 
Avrei preferito non dirmele certe verità; avrei preferito non sapere che per i miei sono solo un fallimento, che per gli altri sono solo un ragazzino, che per i miei amici sono solo uno del gruppo, che per le ragazze sono solo uno fregno. Avrei preferito non sapere quanto male fa sentirsi dei perfetti coglioni davanti a quel quattro al compito e fare finta che non me ne frega un accidente. Avrei preferito non provare il terrore di rimanere solo, intrappolato e in un vicolo cieco, nessuno a difendermi, tra i miei dubbi e le mie insicurezze, così, solo, solo e al buio, senza possibilità, essendo troppo fortunato per poter dire di essere stato sfortunato e poter dare tutta la colpa dei miei fallimenti al mio stato sociale, ma, nello stesso tempo, sentendomi troppo perso in quel mare di amicizie false, di baci dati senza motivo, di parole dette senza anima. 

Ieri ero lì, che la guardavo, lei, la mia ex ragazza, ex di due giorni, s’intende, ex senza un motivo preciso, senza una ragione abbastanza convincente, solo cosi, ex. Rideva con le amiche e io la guardavo, impalato. Non credere che io stia per dire una di quelle cazzate da film: “Ti accorgi di amarla, solo quando la lasci andare” e roba simile; no, niente del genere. Non la amo, quella. In realtà, me la sono fatta talmente tante volte che neanche mi intriga più fisicamente, tanto di lei ho visto tutto, la conosco a memoria, come casa mia, difetti e imperfezioni, con i soliti mobili  di famiglia e i quadri dall’aria tetra. Non so neanche perché la guardavo, ora che ci penso. Forse mi aspettavo qualcosa di più? Forse mi aspettavo che stesse male per me, che piangesse o che smettesse di ridere in quel modo un po’ da modella con quelle cesse leccapiedi delle sue amiche o che la piantasse di fare la scema con ogni maschio in giro per la scuola… Forse volevo solo, per una volta, lasciare un segno. Forse volevo solo che, per un attimo, per un momento, qualcuno si ricordasse che io non sono solo un fallimento, un ragazzino, uno del gruppo o un fregno. Volevo che qualcuno vedesse me. Volevo che qualcuno amasse me. 
Forse mi aspettavo che lei fosse diversa. Me lo aspetto sempre, ci spero, anche se ho imparato che la speranza serve solo a creare ancora più emozioni da nascondere. E io di cose da nascondere ne ho fin troppe, ho tutto me stesso da proteggere dagli sguardi degli altri, che riflettono nei loro occhi di giudici la verità: sono solo me. 
Lei si girava di tanto in tanto, non per qualche motivo preciso, ma perché c’eravamo appena lasciati e doveva approfittarne per conquistarsi un po’ di popolarità, guardandomi male, lamentandosi con le sue BFF di quanto fossi stronzo e dicendo a gran voce, in modo che tutti potessero sentirla, ovviamente: “Ma come si permette di guardarmi, quello stronzo!?”. Sì, come se poi le desse fastidio che io  la guardassi. I miei amici, quelli soliti, ridevano per solidarietà, scuotendo un po’ la testa e agitando il loro ciuffo al sole del cortile, dandomi di tanto in tanto qualche pacca sulla spalla ed esclamando “Bona è bona, eh, però che carattere de merda!”. Io avevo cominciato a ridere insieme a loro, non mi era proprio passato per la testa di sembrare il coglione di turno che un po’ ci aveva creduto o,peggio, di darle la soddisfazione di farsi dire dalle amiche che secondo loro un po’ mi mancava. Non che non lo faranno, sia chiaro, ma almeno così tutti le prenderanno come cavolate dette da delle sfigate invidiose e nessuno mi romperà le palle. 

Quanto le invidio quelle sfigate. Giudicano senza sentirsi giudicate. O forse li sentono i giudizi degli altri, chi lo sa, ma non se ne fregano, perché la loro natura di sfigate non gli impone di pensare, di sentire, di vivere. Loro sfiorano la vita con le loro piccole mani dalle unghie smaltate, camminano sul bordo del baratro con le loro scarpette firmate, senza mai caderci dentro, restandone sempre fuori, cogliendo quell’attimo di popolarità ora con un pettegolezzo, ora con una storia finita male, ora con una scopata, accontentandosi di ogni singolo momento della loro non-vita. 
Io, invece, nel baratro ci sono nato, non caduto, e ora ci vivo dentro, anche se non mi ci sono ancora abituato, perché impossibile: non è come casa mia o la mia ex ragazza, sempre uguali, immutabili, arredate sempre nello stesso modo, no, il baratro cambia di continuo e, anche se i cambiamenti dipendono da me, io non riesco a starci dietro, non riesco a rimanere fermo in questo turbinio di voci, parole, sentimenti, emozioni, vite. 

Vado. La mia ricerca di riprovare l’Emozione non è ancora terminata e stasera esco con quegli amici, per sbavare su qualche altra ragazza, mentre balla, reprimendo la solita speranza di ritrovare quella giusta, quel punto fermo capace di mostrarmi la chiave per capire la Vita, capace di insegnarmi come si fa a guardare un giudice negli occhi e a gridare il mio nome, capace di darmi ciò di cui ho più bisogno, ciò che cerco da sempre: la speranza di poter sperare.

H.C.